Perché guardiamo serie?

Appunti per un ingresso in punta di piedi nel "new normal"


Succession (creata da Jesse Armstrong, HBO/ Sky)


Si è molto parlato negli ultimi tempi della crisi delle sale cinematografiche, e dei nuovi contenuti che noi autori dovremo (ahimè) presto condividere con un pubblico sempre più esigente, abituato ormai da un lustro alle produzioni high end degli enfants terribles Bezos/ Hastings.


In Italia, come tutti sappiamo, la critica cinematografica ha sostituito da tempo il te deum, come costanza, devozione, e sentimento, e quindi, forti di questa nostra personalissima preghiera laica discettiamo liberamente sul protagonista di Tiger King - è davvero in prigione? - sul finale di stagione di "Casa de Papel"- quanto si sentono i soldi degli americani! - o su Riccardo Scamarcio che, anche quando fa il baby 'ndranghetista in

"Lo Spietato", ha comunque un suo perché.


Ma quali sono le logiche profonde di costruzione di un racconto seriale? Perché, con le piattaforme, si è diffuso il binge-watching? Quali sono i meccanismi che i drammaturghi utilizzano per creare empatia, e sentire quindi il bisogno di condividere le imprese, eroiche o meno, dei personaggi?

Lo sceneggiatore, l'autore televisivo di intrattenimento, ma anche il "semplice" comunicatore utilizzano, quasi sempre, gli stessi meccanismi di racconto. Esiste un bagaglio tecnico comune a tutti i narratori, declinato a seconda della sensibilità.

Ogni narratore sa che, per organizzare un racconto, essenzialmente servono tre momenti:


  1. un inizio chiaro, che ponga le premesse tematiche e drammaturgiche del racconto;

  2. un atto centrale, che spinga alle estreme conseguenze le premesse poste;

  3. una conclusione che si concluda, presumibilmente, con la costruzione di una nuova normalità.


I tre atti sono puntellati da colpi di scena (dette anche "svolte", in gergo tecnico), che scandiscono le fasi del racconto e permettono che l'attenzione dello spettatore/ lettore non scenda mai sotto livelli di allarme.

E' la teoria dei tre atti, teorizzata dalla poetica di Aristotele e che, possiamo spingerci a dire, è alla base della tradizione occidentale di racconto.

Ma quindi, basta questo per un racconto coinvolgente?

Il secondo aspetto fondamentale, è l'empatia, che permette che ogni spettatore riconosca qualche aspetto di sé nei personaggi principali, attivando un meccanismo di condivisione umana.


L'empatia va dosata con attenzione: da un lato ci sono ovviamente i contenitori generalisti, che ne abbondano, dall'altro i grandi narratori che ne fanno un uso accorto, e quindi, memorabile.

L'empatia porta all'identificazione. Ma se l'emozione primaria che proviamo nelle scene madri del film, o della serie, è immediatamente riconoscibile, non capita frequentemente che gli spettatori si interroghino sui meccanismi profondi che l'hanno innescata.


In un periodo come questo, di isolamento e solitudine, non sono infrequenti stati d'animo di empatia, e quindi identificazione, totale. Un aspetto su cui, in tempi non sospetti, si erano già interrogati autori e psicanalisti, notando il potere emotivo dell'immagine in movimento.


Senza indugiare in sofismi, le ragioni dell'emozione sono in realtà tecniche e linguistiche: costruzione diegetica, per cui il mondo del racconto è totale e immersivo, logiche di racconto per cui i momenti di massima tensione del personaggio arrivano sempre in momenti studiati, cliff-hanger (colpi di scena nei minuti finali).


Tra la teoria e la pratica esiste poi una zona grigia che ha un nome ingombrante, carico di aspirazioni e speranze: talento.



Michele Furfari è un autore e sceneggiatore televisivo. Diplomato alla National Film and TV School (NFTS) di Londra e corsista della scuola di specializzazione di RAI Fiction, ha sviluppato progetti per il mercato nazionale e internazionale.  
 

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